Voci categorizzate come ‘economia’
Quando ormai la crisi economica è entrata nella sua fase più cupa, finalmente la BCE si è decisa ad abbassare il costo del denaro in Europa, che l’altroieri è sceso al 2,50%. Meglio tardi che mai, ma sarebbe stato meglio prima.
Sarebbe stato meglio che i banchieri di Francoforte ci pensassero prima, quando già erano chiare le avvisaglie di quello che stava succedendo. Personalmente, pur non essendo un economista, avevo scritto due post sul tema a marzo di quest’anno, quando era già chiaro che la politica della BCE di mantenere alti i tassi era sbagliata, e che non era certo l’inflazione il problema. Ben più autorevolmente di me, anche il presidente Sarkozy aveva invitato la BCE a cambiare politica, ma il suo appello non era stato più ascoltato del mio.
A luglio di quest’anno, infatti, la BCE invece di diminuire i tassi li ha incredibilmente alzati fino alla quota di 4,25%, appesantendo le rate dei mutui di milioni di famiglie, il che vuol dire meno consumi, con il conseguente peggioramento dell’economia.
La BCE alla fine si è accorta dell’errore, ma soltanto ad ottobre. Da allora, in due mesi, la BCE ha calato i tassi dell’ 1,75%, con una retromarcia clamorosa rispetto alla politica assunta solo 5 mesi fa.
Viene da chiedersi come abbia potuto un’organizzazione così prestigiosa, e per cui lavorano tanti e ottimi economisti, commettere un errore tanto madornale. Chissà. Forse è la fobia dell’inflazione che ancora affligge i banchieri tedeschi, forse sono i frutti di un un’ideologia economica (il Monetarismo) che ha sempre fallito nella pratica ma cui incredibilmente viene ancora dato credito.
In ogni caso, forse sarebbe il caso di mettere in discussione l’indipendenza assoluta della BCE; l’economia non appartiene agli economisti, ma a tutti noi. E quando andiamo a pagare la rata del mutuo, o guardiamo il conto in banca, ce ne accorgiamo.
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2 miliardi e 200 milioni di euro, se va bene. Il “salvataggio” di Alitalia ci costerà tanto, un importo che da solo avrebbe potuto evitare i tagli all’istruzione o alla giustizia, o magari garantire l’assunzione di tanti precari della P.A. o, perchè no, tagliare le tasse.
La CAI, la società di Colaninno, Benetton, Ligresti, Caltagirone (per citare i nomi più noti) acquisterà infatti solo le parti buone di Alitalia, mentre gli avanzi e i debiti andranno a carico dello Stato, che inoltre dovrà pagare le indennità di disoccupazione per i dipendenti che non verranno assunti. Il costo totale è stato stimato, appunto, in più di 2 miliardi di euro.
2.000.000.000 di euro.
In questi giorni il Congresso americano ha respinto il piano di salvataggio della banche concordato dall’amministrazione Bush con i vertici dell’opposizione. Lo ha fatto in nome dei principi del liberismo, applicando (in maniera un po’ rigida) i principi chiave di libertà e responsabilità propri di quel sistema socio-economico, per cui puoi fare quello che vuoi, ma se sbagli paghi.
In Italia, vale il principio contrario. C’è chi può fare quello che vuole, però paghiamo tutti noi, e infatti nessuno sembra voler approfondire le responsabilità politiche e manageriali del buco Alitalia, dalla fenomenale idea dell’Hub a Malpensa, in poi.
Ma bisogna essere ottimisti; magari tra due o tre secoli qualcosa cambiera anche da noi.
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Attenti al caro burrro! Fondamentale intervento del Garante per la sorveglianza dei prezzi, che il 17.6 scorso ha emesso un comunicato per invitare ad abbassare il prezzo del burro.
Presi dal caro petrolio o dall’aumento del costo dei mutui, non ci eravamo accorti dell’aumento del prezzo del burro, simpatico ed ipercalorico ingrediente della nostra cucina. Personalmente ho molti dubbi sull’efficacia degli interventi del Garante sui prezzi, sia perché non ha poteri sanzionatori sia perché nella storia non si conosce alcun esempio di controllo efficace del mercato. Il mercato si regola da solo, e se qualcuno ci prova, ecco che arriva il mercato nero.
Ma in ogni caso, un ringraziamento al volonteroso garante da tutti quelli che amano la pasta al burro (semplice ma nutriente), il burro spalmato sul toast caldo (che fa molto nord europa), le patate lesse condite con il burro e altre simpatiche ricette burrose.
A proposito, oggi la BCE ha aumentato di 0,25 punti il tasso ufficiale di sconto. Prevedibili ripercussioni sul costo dei mutui, ed un ulteriore rialzo delle rate. Consoliamoci col burro.
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Due mesi fa era uscita la notizia che la Cassazione con la sentenza n. 9812 del 14 aprile 2008 aveva riconosciuto che le telefoniste di un call center non erano lavoratrici autonome, ma subordinate.
In realtà, leggendo le motivazioni della sentenza, la Cassazione non ha detto nulla di trascendentale o particolarmente nuovo. La Corte infatti ha affermato che:
l’elemento decisivo che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato dal lavoro autonomo è l’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, disciplinare e di controllo del datore di lavoro ed il conseguente inserimento del lavoratore in modo stabile ed esclusivo nell’organizzazione aziendale. Costituiscono poi indici sintomatici della subordinazione, valutabili dal giudice del merito sia singolarmente che complessivamente, l’assenza del rischio di impresa, la continuità della prestazione, l’obbligo di osservare un orario di lavoro, la cadenza e la forma della retribuzione, l’utilizzazione di strumenti di lavoro e lo svolgimento della prestazione in ambienti messi a disposizione dal datore di lavoro…
Non si tratta di affermazioni particolarmente innovative; innovativo è piuttosto il fatto che finalmente questi principi vengano applicati anche ai rapporti di lavoro nei call center che sono oggettivamente, da ogni punto di vista, rapporti di lavoro subordinato. Probabilmente, la sentenza ha fatto notizia perché sono ancora pochi gli operatori di call center che fanno causa al loro datore di lavoro. Anche in questo caso, era stata l’INPS a muoversi, non i singoli lavoratori.
Ma probabilmente ogni causa promossa dal lavoratore di un call center dovrebbe portare al riconoscimento delle sua qualifica di lavoratore subordinato. Basta pensare al fatto che nel caso esaminato dalla Cassazione, gli elementi decisivi sono stati il fatto che le dipendenti con mansioni di telefoniste le circostanze seguivano le direttive impartite dall’azienda in relazione ad ogni telefonata da svolgere prendendo nota dell’esito e del numero di telefonate, avevano un preciso orario di lavoro e utilizzavano attrezzature e materiali di proprietà della società.
Non sembra un caso unico e particolare. Ed allora è bene che chi gestisce i call center utilizzando forme di lavoro autonomo o parasubordinato cominci a regolarizzare le posizioni di lavoro dei suoi dipendenti, prima di essere travolto da problemi giudiziari; ma è bene che anche chi vi lavora provi a far valere i proprii diritti.
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Contro l’Italia e contro gli italiani. Chi sono questi soggetti antinazionali e disfattisti che complottano contro il nostro paese? Tutti coloro che dubitano che una crescita irragionevole e incontrollata sia l’unica strada per l’umanità, almeno secondo la nuova Presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, che all’assemblea della sua associazione tenutasi qualche giorno fa ha dichiarato (testuale):
La malattia dell’Italia si chiama crescita zero. Il ritorno alla crescita, ad una crescita sostenuta, deve essere il nostro vero obiettivo strategico. Chi non condivide questa priorità gioca contro l’Italia e gli Italiani. Su questo non ci possono essere posizioni neutre
Quando ho sentito queste parole non credevo alle mie orecchie. Per la neo-presidente degli industriali non si può mettere in discussione il PIL come metro di misura dello sviluppo economico, nonostante la sua inadeguatezza sia stata evidenziata da tanti. No, l’unico dogma dev’essere produrre, produrre, produrre e chi se ne frega dei limiti delle risorse energetiche, della massa dilagante di rifiuti, e dell’ambiente.
Purtroppo questa frase, letta dalla Marcegaglia con il suo tono ripetitivo da poesiaimparataamemoria, è molto significativa della scomparsa dell’ambientalismo dalla politica italiana. Da molto tempo, a dire il vero, i Verdi avevano rinunciato a fare il loro lavoro per dedicarsi a politiche da sinistra ex-sessantottina, e alla fine la loro illuminata (?) dirigenza li ha portati all’estinzione e all’uscita dal Parlamento. Già se ne vedono i segni, vedi il ritorno all’energia nucleare, la risurrezione del ponte sullo stretto, e quant’altro.
Ce da augurarsi che qualcun altro riprenda in mano le idee ambientaliste, che in tutto il resto dell’Europa sono al centro dell’agenda politica, anche di partiti e leader di centro-destra.
Intanto, per me che sono contro lo sviluppo insostenibile, non mi resta che prendere nota che sono “contro l’Italia”. E adesso, come farò per i prossimi Europei?
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Il termine “signoraggio” indica quel diritto (di origine medioevale) che spetta a chi batte moneta, di ottenere un compenso per l’emissione del denaro.
Oggi questo diritto spetta alla Banca Centrale Europea, che ricava un utile dall’emissione di monete e banconote in euro. Alcune associazione di consumatori hanno sollevato il problema della destinazione dei proventi del signoraggio, dato che per quanto riguarda l’Italia non finiscono allo Stato ma ai privati. La Banca d’Italia, infatti (caso abbastanza strano per una banca centrale) è di proprietà delle principali banche nazionali, da Unicredit a Banca Intesa. Se ci fossero degli utili, ne beneficierebbero queste ultime.
Peccato che così non è. Il modesto utile della BCE nel 2007 è stato accantonato a riserva, e così era stato anche nel 2006.
Inoltre, il reddito da signoraggio è sì elevato in termini generali, ma non lo è poi così tanto in termini globali. Nel 2007 il reddito da signoraggio è stato pari a 2 miliardi di euro, di cui il 20% destinato comunque all’accantonamento, e quindi la quota spettante alla Banca d’Italia (che ha il 12,57% del capitale della BCE) è pari a 200 milioni di euro. Possono sembrare tanti, ma sono un’inezia nel bilancio statale ed equivalgono a 4 euro per ogni cittadino italiano.
E comunque, è decisamente meno (quasi la metà) di quanto ci costa l’Alitalia, che in ogni caso, pur essendo di proprietà a maggioranza pubblica, svolge un servizio privato ed è quotata in borsa.
Diciamo la verità: il signoraggio potrà pure essere un’ingiustizia o un residuato medioevale, ma forse tanto zelo andrebbe destinato a battaglie più importanti.
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Negli ultimi mesi ho fatto diminuire il PIL. Di poco, ma l’ho fatto diminuire.
In economia si definisce come PIL (prodotto interno lordo) il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese in un periodo di tempo, normalmente un anno. In un altri termini, il PIL misura tutto quello che un paese produce e consuma. Quando il PIL cresce, gli economisti parlano di crescita, quando scende o rimane fermo, di recessione.
Ecco perché ho fatto diminuire il PIL. Con mia moglie abbiamo deciso di comprare meno acqua minerale, e di passare all’acqua di rubinetto, soprattutto per diminuire l’impatto sull’ambiente di produzione, trasporto e smaltimento delle bottiglie d’acqua e del loro contenuto. Così, con una piccola scelta domestica, abbiamo diminuito il trasporto delle bottiglie d’acqua, la produzione delle bottiglie di plastica, l’imbottigliamento, la raccolta dei rifiuti e il loro riciclaggio.
Insomma, un bel po’ di PIL in meno. Secondo l’economia classica, il nostro benessere economico dovrebbe essere diminuito, mentre nella nostra vita non è cambiato niente.
Ecco perché (forse) è il caso di ripensare a indicatori economici che misurino effettivamente il benessere di una nazione. Gli economisti hanno pensato a numerose alternative, a novembre dello scorso anno l’Unione Europea, l’OCSE e il WWF hanno dedicato ad un convegno su questo tema. Probabilmente nessuna delle alternative proposte sembra adatta a prendere il posto del PIL; non l’Indicatore del Progresso Reale, né la Felicità Nazionale Lorda e neppure l’Indice di Sviluppo Umano. Probabilmente, ci vorrebbe un indice chiaro e oggettivo come il PIL, ma meno legato al concetto di “quanto abbiamo aumentato” ma piuttosto al concetto di “stavamo meglio prima o stiamo meglio adesso”.
Naturalmente, nella politica italiana, tutto questo dibattito passa praticamente sotto silenzio, quando invece è decisivo del modello di sviluppo che vogliamo adottare e ha dirette conseguenze sulla vita di tutti i giorni.
Io comunque sono per la Felicità Nazionale Lorda.
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La Fed, la banca centrale americana, con due mosse consecutive ha abbassato il costo del denaro negli Stati Uniti fino al 2,25%.
La Banca Centrale Europea invece se ne sta incredibilmente ferma, e il costo del denaro in Europa resta al 4% (quasi il 2% più che negli USA) mentre l’Euro aumenta sempre più di valore.
E intanto le nostre esportazioni calano (con l’Euro forte le nostre merci sono più care) e le rate dei mutui rimangono elevate. Se infatti consideriamo l’Euribor a 3 mesi, che è il riferimento per molti mutui ipotecari, non solo resta alto ma anzi ultimamente ha ripreso a crescere, tanto che oggi l’Euribor a tre mesi è arrivato alla soglia del 4,5%.
Fino a quando non si rimetterà in discussione il principio tecnocratico per cui la Banca Centrale Europea costituisce un potere autonomo, sottratto ad ogni controllo da parte delle altre istituzioni europee o nazionali (che bene o male hanno una legittimità democratica) purtroppo non possiamo far altro che subire le scelte dei superbanchieri europei.
Vorrà dire che ci compreremo casa in California, visto che laggiù i prezzi della case stanno crollando e i mutui te li regalano. Ma mi raccomando: questa volta tasso fisso!
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Messo il tag: BCE, costo, denaro, euribor, Fed, tassi, tecnocrazia
Dopo l’ultimo calo dei costo del denaro negli USA deciso dalla FED, sceso al 3%, il differenziale con il costo del denaro in Europa (dove il tasso di interesse è del 4%) è arrivato ad un punto percentuale. Che non è affatto poco.
Le scelte della Banca Centrale Europea hanno le loro giustificazioni, in particolare il timore dell’inflazione. D’altro lato, la rigidità della BCE ha pesanti riflessi sull’economia, anche sull’econ0mia domestica di chi ha un mutuo per la casa con il tasso variabile, che quasi sempre è ancorato al tasso detto Euribor, a sua volta legato al costo del denaro stabilito dalla BCE.
In due anni (dal 2006 ad oggi), grazie alle scelte della BCE, il tasso Euribor a 3 mesi è passato dal 2,5% al 4,4%, con pesanti riflessi sulle tasche di chi ha un mutuo.E questo senza considerare che la differenza tra i tassi di interesse americani ed europei ha portato ad una supervalutazione dell’Euro, che penalizza tutte le imprese europee.
A fronte di tutto questo, non sarebbe forse il caso che si rimettesse in discussione l’assoluta indipendenza della BCE dalle altre istituzioni europee, che direttamente o indirettamente hanno comunque una legittimazione popolare?
L’indipendenza della BCE è giusta, ma l’indipendenza totale ed assoluta è pericolosa, e rischia di scivolare nella tecnocrazia. E non è affatto detto che un tecnocrate indipendente dalla politica lo sia anche dai potentati economici…
Per questo ho il sogno di una grande mobilitazione europea di tutti quelli che hanno un mutuo, a protestare a Francoforte di fronte alla sede della BCE.
Avanti mutui alla riscossa!
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Messo il tag: BCE, denaro, economia, Europa, mutui, politica