Post da Ottobre 2008
Non era vero niente. La storia secondo cui una coppia di Rom avrebbe tentato di rapire un bambino al supermercato Auchan di Catania, a maggio di quest’anno, non aveva fondamento. L’ha stabilito il Tribunale di Catania, assolvendo i due Rom accusati del presunto rapimento, una delle quali però nel frattempo si è fatta cinque mesi di carcere.
E’ l’ennesima conferma dell’assurdità di quella leggenda metropolitana secondo cui gli zingari rubano i bambini, paranoia che non ha mai trovato una conferma ma che ogni tanto riappare tra i fatti di cronaca.
Per chi volesse approfondire, rimando al sito di alcuni studenti dell’università di Catania, che (come ha osservato John Foot su Internazionale) hanno dato una prova di vero giornalismo. Al contrario di quello che fanno molti giornalisti professionisti, spesso pronti a seguire la moda dell’emergenza del momento, magari ricopiando i lanci dell’Ansa, invece di fare quello per cui sono pagati: cercare la verità, approfondire, trovare conferme o smentite, magari alzandosi dalla scrivania e facendosi un giretto in loco.
E, perché no, ogni qual volta da qualche parte torna fuori qualche episodio di furto di bambini, ricordare che finora casi di questo genere non sono mai stati confermati.
M A I
Quanto alla leggenda metropolitana in questione, non è neanche il caso di parlare di razzismo, o xenofobia. Chi la diffonde, è solo ignorante e/o stupido, oppure è in malafede.
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Saremo tutti prigionieri del 1441 bis? No, non è l’articolo che prevede il carcere duro per i mafiosi, il 41 bis l. 354/1975, ma il disegno di legge che avanza minaccioso in parlamento, e che contiene gli articoli della demenziale riformetta Alfano, quella del filtro in cassazione, delle testimonianze per iscritto, del nuovo rito sommario. Il tutto senza incidere minimamente sui veri problemi della giustizia.
Se questo già non bastasse, ecco che una nota ministeriale ha ridotto del 50% i compensi per i magistrati onorari, quei volonterosi che danno un fondamentale contributo al funzionamento della giustizia, facendo i PM nel processo penale e i giudici veri e propri in quello civile. Già erano pagati poco, ora lo saranno anche meno. Il risultato sarà, con ogni probabilità, che molti rinunceranno a quel gravoso compito, con il risultato di rallentare ancora di più la macchina della giustizia.
Insomma, le ultime mosse del governo venno esattamente nel senso inverso a quello auspicato da tutti quelli che nella giustizia ci lavorano. Invece di darci meno riti (processuali) e più giudici, il governo aumenta i primi e diminuisce i secondi.
Al peggio non c’è proprio fine.
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In Israele la giustizia applica il motto “una vita per una vita”: un ergastolo per ogni persona che hai ucciso. In Italia (ma non solo) sembra che la regola sia invece il lassismo più esasperante, come dimostrano tre recenti notizie.
La prima notizia riguarda Francesca Mambro, ex terrorista nera, condannata in via definitiva a ben 6 ergastoli e 85 anni di carcere per avere ucciso 95 persone, cui è stata concessa la libertà condizionale, dopo avere passato in carcere non più di 16 anni…
La seconda notizia riguarda Marina Petrella, ex terrorista rossa, condannata all’ergastolo per l’omicidio di un poliziotto e altri reati, e non ha fatto neanche un giorno di carcere, né lo farà in futuro, dato che la Francia non ha concesso l’estradizione per motivi umanitari (sic). Ragionamento curioso, vista la straordinaria clemenza che anche il nostro paese garantisce ai terroristi, di tutti i colori.
La terza notizia riguarda Pietro Maso, senza colore, condannato a 30 anni per l’omicidio dei genitori, che dopo 17 anni di carcere ha ottenuto la semilibertà.
Nessuna di queste tre notizie fa piacere; anche se alla fine, per quanto possa sembrare assurdo, considerate le singole condanne e le pene scontate, quello che ha pagato di più per le proprie colpe è proprio Pietro Maso, che perlomeno ha scontato più della metà della pena, al contrario di Francesca Mambro e Marina Petrella.
Che profonda tristezza.
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Sorprendente successo per il referendum spontaneo sulla nuova base americana organizzato a Vicenza, dopo che il Consiglio di Stato aveva impedito lo svolgimento del referendum ufficiale.
Ben 25 mila cittadini di Vicenza si sono recate ai gazebo, registrando un’affluenza pari a quasi il 30% degli elettori, cinque volte tanto i votanti alle primarie del PD, solo il 10% in meno dei votati al referendum costituzionale sulla devolution del 2006. Ovviamente, hanno vinto i SI’ al referendum, che vuol dire no alla nuova base americana da costruire sull’attuale sito dell’aeroporto Dal Molin.
Al di là del significato politico (chiarissimo) c’è una dimostrazione di alta civiltà giuridica, da parte di una città che ha esercitato la propria inalienabile sovranità politica, la migliore risposta all’ordinanza del Consiglio di Stato.
Una decisione, quest’ultima, che si può leggere per intero sul sito del Consiglio di Stato (a questo link), e le cui motivazioni lasciano davvero interdetti. Il Consiglio di Stato (presieduto da Luigi Cossu e con relatore Giuseppe Romeo) infatti ha accolto la richiesta di sospendere il referendum entrando nel merito del quesito, ed affermando che la consultazione
ha per oggetto “un auspicio” del Comune di Vicenza al momento irrealizzabile, quale è quello di acquisire un’area sulla cui sdemanializzazione si sono pronunciate in senso sfavorevole le autorità competenti, e che la consultazione stessa appare comunque inutile, ove si volesse assumere una sua connotazione “patrimoniale”, giacché non occorrono sondaggi per accertare la volontà positiva di ogni cittadino di accrescere il patrimonio del Comune di appartenenza
Queste non sono considerazioni giuridiche, ma valutazioni politiche, che certo non sono di competenza di un organo giurisdizionale. Curioso poi, che lo stesso Consiglio di Stato aveva annullato (come in questo caso) la precedente decisione del TAR che aveva giudicato illegittimo il procedimento con cui l’area era stata ceduta agli USA in violazione di ogni regola amministrativa, in quanto si sarebbe trattato di un atto politico libero nelle forme. A nulla importava, quindi, che mancasse un qualsiasi provvedimento scritto in cui si fosse concretizzata la decisione, e che non si sia nemmeno capito bene chi e quando abbia preso tale decisione.
In pratica: cedere una parte del territorio nazionale è un atto assolutamente politico che non può essere sindacato nemmeno in caso di palesi violazioni delle regole base del procedimento amministrativo (come aveva osservato il TAR veneto), e invece l’indizione di un referendum consultivo locale, nel rispetto di tutte le regole, viene censurato per questioni di merito, impedendo agli elettori di esercitare i propri diritti politici.
L’inconsistenza e la contraddittorietà delle motivazioni del Consiglio di Stato sono evidenti, ma la migliore risposta l’ha fornita la città di Vicenza. riprendendosi quei diritti che gli erano stati tolti.
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2 miliardi e 200 milioni di euro, se va bene. Il “salvataggio” di Alitalia ci costerà tanto, un importo che da solo avrebbe potuto evitare i tagli all’istruzione o alla giustizia, o magari garantire l’assunzione di tanti precari della P.A. o, perchè no, tagliare le tasse.
La CAI, la società di Colaninno, Benetton, Ligresti, Caltagirone (per citare i nomi più noti) acquisterà infatti solo le parti buone di Alitalia, mentre gli avanzi e i debiti andranno a carico dello Stato, che inoltre dovrà pagare le indennità di disoccupazione per i dipendenti che non verranno assunti. Il costo totale è stato stimato, appunto, in più di 2 miliardi di euro.
2.000.000.000 di euro.
In questi giorni il Congresso americano ha respinto il piano di salvataggio della banche concordato dall’amministrazione Bush con i vertici dell’opposizione. Lo ha fatto in nome dei principi del liberismo, applicando (in maniera un po’ rigida) i principi chiave di libertà e responsabilità propri di quel sistema socio-economico, per cui puoi fare quello che vuoi, ma se sbagli paghi.
In Italia, vale il principio contrario. C’è chi può fare quello che vuole, però paghiamo tutti noi, e infatti nessuno sembra voler approfondire le responsabilità politiche e manageriali del buco Alitalia, dalla fenomenale idea dell’Hub a Malpensa, in poi.
Ma bisogna essere ottimisti; magari tra due o tre secoli qualcosa cambiera anche da noi.
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