Post da Marzo 2008
Di fronte alla più odiosa disfunzione della giustizia italiana, l’assurda lentezza, la vittima di un processo troppo lungo ha perlomeno diritto al risarcimento previsto dalla Legge n. 89/2001, meglio nota come Legge Pinto.
La procedura è abbastanza semplice e il risarcimento, secondo la Cassazione (sentenze n.1340/2004 e n. 1645/2007), non dovrebbe discostarsi da quelli decisi dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, che normalmente liquidava dai mille ai millecinquecento euro per ogni anno di eccessiva durata del processo. Millecinque euro se il processo dura un anno più della durata standard, tremila euro se dura due anni in più, e così via.
Ma quant’è la durata standard?
Lo standard indicato dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo è di tre anni per il primo grado, due anni per l’appello e due anni per la Corte di Cassazione. La durata complessiva di un processo che attraversi i tre gradi di giudizio è quindi di sette anni.
Lo standard è anche generoso, perché la ragionevolezza suggerirebbe di abbassare ad un anno il termine standard per i processi d’appello e di cassazione, che potrebbero tranquillamente durare un solo anno, data la loro semplicità. Purtroppo, nel concreto, un processo d’appello civile che duri due anni in certe realtà, come la Corte d’Appello di Venezia, è ancora un miraggio.
In alcuni uffici giudiziari si sta facendo il possibile per adeguarsi agli standard europei, in altri praticamente tutti i processi sforano la tempistica “europea”. E tutto ciò rischia di comportare un danno erariale di grande entità, se tutti i danneggiati dai processi troppo lenti decidessero di promuovere l’azione risarcitoria. Ma forse sarebbe meglio così, chissà che di fronte a questa (ipotetica) marea di cause qualcosa non si smuova.
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Qualcuno si ricorda più della Somalia?
Eppure in Italia dovremmo avere a cuore le sorti di un paese che è stato una nostra colonia, anzi la nostra colonia per eccellenza. Un paese dove nelle scuole si studiava l’italiano, l’università di Mogadiscio era collegata alle università italiane e il dittatore Siad Barre aveva studiato alla scuola sottuficiali dei Carabinieri.
Invece, non sentiamo più parlare della Somalia da quando gli Stati Uniti sono intervenuti tramite l’Etiopia, sostenendo di voler impedire la nascita di uno stato islamico e di voler combattere il solito spettro Al Qaeda.
La realtà era un po’ diversa. Nella Somalia centro-meridionale (il nord è di fatto uno stato autonomo, il Somaliland) erano andate al potere le milizie delle Corti Islamiche; un raro caso di presa militare del governo da parte dei giudici. Giudici islamici, perché da quando lo stato non c’è più la giustizia in Somalia è rappresentata dai giudici religiosi.
Le Corti islamiche avevano imposto regole assurde quanto ridicole, poco conformi all’Islam moderato della Somalia, ma avevano anche riportato la pace e la sicurezza. Pace e sicurezza che dopo l’intervento etiope-americano sono del tutto scomparse.
Anche perché i fini strateghi di Washington ancora una volta non hanno considerato storia e cultura locali, e in particolare l’acerrima rivalità tra i somali e l’Etiopia.
Adesso è emergenza umanitaria, si parla di un milione di sfollati. I prezzi del cibo sono alle stelle, c’è il problema siccità, ogni giorno 20 mila persone devono lasciare le loro case per gli scontri tra truppe etiopi e milizie delle Corti islamiche.
Perché non se ne parla, perché questa notizie non sono sulle prime pagine dei nostri giornali? Sono meno importanti delle terze nozze della prima moglie del presidente francese?
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Negli ultimi mesi ho fatto diminuire il PIL. Di poco, ma l’ho fatto diminuire.
In economia si definisce come PIL (prodotto interno lordo) il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese in un periodo di tempo, normalmente un anno. In un altri termini, il PIL misura tutto quello che un paese produce e consuma. Quando il PIL cresce, gli economisti parlano di crescita, quando scende o rimane fermo, di recessione.
Ecco perché ho fatto diminuire il PIL. Con mia moglie abbiamo deciso di comprare meno acqua minerale, e di passare all’acqua di rubinetto, soprattutto per diminuire l’impatto sull’ambiente di produzione, trasporto e smaltimento delle bottiglie d’acqua e del loro contenuto. Così, con una piccola scelta domestica, abbiamo diminuito il trasporto delle bottiglie d’acqua, la produzione delle bottiglie di plastica, l’imbottigliamento, la raccolta dei rifiuti e il loro riciclaggio.
Insomma, un bel po’ di PIL in meno. Secondo l’economia classica, il nostro benessere economico dovrebbe essere diminuito, mentre nella nostra vita non è cambiato niente.
Ecco perché (forse) è il caso di ripensare a indicatori economici che misurino effettivamente il benessere di una nazione. Gli economisti hanno pensato a numerose alternative, a novembre dello scorso anno l’Unione Europea, l’OCSE e il WWF hanno dedicato ad un convegno su questo tema. Probabilmente nessuna delle alternative proposte sembra adatta a prendere il posto del PIL; non l’Indicatore del Progresso Reale, né la Felicità Nazionale Lorda e neppure l’Indice di Sviluppo Umano. Probabilmente, ci vorrebbe un indice chiaro e oggettivo come il PIL, ma meno legato al concetto di “quanto abbiamo aumentato” ma piuttosto al concetto di “stavamo meglio prima o stiamo meglio adesso”.
Naturalmente, nella politica italiana, tutto questo dibattito passa praticamente sotto silenzio, quando invece è decisivo del modello di sviluppo che vogliamo adottare e ha dirette conseguenze sulla vita di tutti i giorni.
Io comunque sono per la Felicità Nazionale Lorda.
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In un’intervista televisiva il Dalai Lama ha voluto smentire i dirigenti cinesi che lo accusano di secessionismo (che peraltro sarebbe del tutto legittimo) precisando che il suo obiettivo non è l’indipendenza del Tibet, ma soltanto una forma di autonomia come quella dell’Alto Adige in Italia. Ha citato espressamente l’Alto Adige come esempio di autonomia, ricordando anche di essere grande amico del Presidente della Provincia di Bolzano.
L’amicizia è ricambiata: quest’ultimo aveva dichiarato, in un’occasione di un loro precedente incontro, che tibetani e altoatesini hanno “molto in comune: viviamo tra le montagne, la nostra economia si basa sulle piccole imprese, abbiamo una forte tradizione». E non dimentichiamo gli yak tibetani di Messner!
In ogni caso, le parole del Dalai Lama dovrebbero inorgoglirci: vuol dire che l’Italia ha realizzato uno dei migliori statuti di autonomia regionale del mondo, e questo è senz’altro un merito dei nostri legislatori. Ogni tanto capita.
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La Fed, la banca centrale americana, con due mosse consecutive ha abbassato il costo del denaro negli Stati Uniti fino al 2,25%.
La Banca Centrale Europea invece se ne sta incredibilmente ferma, e il costo del denaro in Europa resta al 4% (quasi il 2% più che negli USA) mentre l’Euro aumenta sempre più di valore.
E intanto le nostre esportazioni calano (con l’Euro forte le nostre merci sono più care) e le rate dei mutui rimangono elevate. Se infatti consideriamo l’Euribor a 3 mesi, che è il riferimento per molti mutui ipotecari, non solo resta alto ma anzi ultimamente ha ripreso a crescere, tanto che oggi l’Euribor a tre mesi è arrivato alla soglia del 4,5%.
Fino a quando non si rimetterà in discussione il principio tecnocratico per cui la Banca Centrale Europea costituisce un potere autonomo, sottratto ad ogni controllo da parte delle altre istituzioni europee o nazionali (che bene o male hanno una legittimità democratica) purtroppo non possiamo far altro che subire le scelte dei superbanchieri europei.
Vorrà dire che ci compreremo casa in California, visto che laggiù i prezzi della case stanno crollando e i mutui te li regalano. Ma mi raccomando: questa volta tasso fisso!
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Chi ha la mia età non dimenticherà mai il 16 marzo di 30 anni fa, quando l’Italia si fermò, unita al di là delle differenze politiche, nell’orrore per la strage di via Fani, la prima fase del rapimento di Aldo Moro, compiuto dalle Brigate Rosse per bloccare l’esperimento del governo di unità nazionale tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana.
Non ci dovrebbe essere perdono né giustificazione per i colpevoli di questo crimine. Che fossero manovrati da servizi segreti stranieri, o motivati da obiettivi pseudo rivoluzionari (ridicoli se non avessero avuto queste conseguenze), costoro avrebbero meritato di scontare per intero le loro pene. In carcere, come tocca ai boss mafiosi, per esempio.
Purtroppo non è così. I colpevoli della strage di via Fani sono tutti più o meno liberi, e lo stesso vale (ancora più incredibile) per i terroristi di destra condannati per la strage della stazione di Bologna, dove morirono 85 (ottantacinque) persone.
E in questi casi la cosa più triste è sentire politici di sinistra che prendono le parti dei terroristi di sinistra o politici di destra che difendono i terroristi di destra. Che si tratti di casi isolati non importa. Non ci può essere vicinanza politica con la violenza terroristica, perché si tratta anzitutto di criminalità, che non ha colore salvo quello della violenza.
Almeno si potrebbe (e sarebbe proprio il minimo) cancellare dalla storia e dalla cronaca i nomi degli assassini e ricordare invece, una volta tanto, i nomi delle vittime di trent’anni fa.
Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera. Aldo Moro.
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2013, 2014. Non è il titolo di un film di fantascienza. Sono gli anni in cui si terrà l’ultima udienza di alcuni processi che sto seguendo alla Corte d’Appello di Venezia, iniziati l’anno scorso. E colleghi avvocati mi dicono che sono anche fortunato…
Qual’è la causa? Di sicuro, non sono gli avvocati a decidere rinvii come questi, ma i giudici. Eppure, nel programma del Partito Democratico, tra qualche idea giusta, come l’accorpamento delle sedi giudiziarie, c’è un punto che lascia davvero sgomenti:
“favorire una modifica dei contratti tra avvocati e clienti verso forme basate su premi alla rapidità”.
Cosa voglia dire, probabilmente non lo sa neanche chi lo ha scritto. Quello che sconcerta è che si continui a puntare il dito contro gli avvocati, come se fossero loro i responsabili della lentezza della giustizia, senza minimamente considerare le responsabilità dei magistrati o le disfunzioni strutturali del sistema.
Non è un problema teorico, ma profondamente concreto, perché è proprio questa impostazione che negli anni ha generato tutta una serie di riforme che, pur apportando anche qualche miglioramento (il giudice unico, la mini-semplificazione del giudizio civile ordinario) non ha risolto (e non poteva) i problemi della giustizia lenta. A cosa serve imporre a noi avvocati di proporre tutti i nostri argomenti entro 90 giorni dalla prima udienza, se la sentenza la vedremo dopo 5 anni?
Tra l’altro questa situazione ha un risvolto tragicomico. Il cittadino danneggiato da un processo troppo lungo ha diritto ad ottenere i danni per l’eccessiva durata. Così lo Stato deve destinare risorse a risarcire le vittime della giustizia troppo lenta quando le stesse risorse si potrebbero impiegare per renderla più veloce. Un controsenso, che sta diventando sempre più insostenibile, anzitutto per i cittadini che vorrebbero giustizia.
E le soluzioni ci sarebbero.
Una prima soluzione, semplice ed economica, sarebbe intervenire sui sistemi processuali, con una semplificazione assoluta: una sola regola processuale per tutti i giudizi civili (lavoro e societario, inclusi) e una sola regola processuale per i giudizi penali, eliminando l’udienza preliminare per tutti i reati. E basterebbe solo quest’ultima riforma per liberare ingenti risorse umane ed organizzative.
Il problema, però, prima di tutto, è cambiare impostazione.
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Ma che sorpresa!
Anche le associazioni dei consumatori si sono accorte che, ad un anno dall’entrata in vigore dell’indennizzo diretto le polizze non sono diminuite ma aumentate del 4% per le autovetture e dell’11% per i motocicli.
Apriti cielo! Ma le polizze non dovevano diminuire del 15-20% come avevano dichiarato le stesse associazioni dei consumatori?
Le verità è ben altra. Le compagnie di assicurazione, molto abili anche nello scegliere i propri interlocutori, dopo avere ottenuto la tabella legale dei microrisarcimenti per le c.d. micropermanenti (ma chiedetelo a chi ha un’invalidità del 9%…) hanno ottenuto l’indennizzo diretto, ovvero un sistema che porta, naturalmente, il danneggiato a non farsi assistere da un avvocato, ma a consegnarsi mani e piedi alla compagnia di assicurazione, che dietro il volto benevolo dell’agenzia di riferimento gli farà avere il risarcimento che l’assicurazione reputa congruo.
Non troppo poco per non deludere il proprio cliente, ma certo meno di quello che il danneggiato potrebbe ottenere facendosi assistere da un professionista che sta dalla sua parte, e non dalla parte di chi vuole pagargli il meno possibile. L’assurdità di un tale sistema, per come è stato congegnato è evidente: sarebbe come prevedere che in un processo penale l’imputato si faccia difendere alla pubblica accusa…
Il risultato di questo “geniale” sistema è che i risarcimenti diminuiscono, le polizze aumentano ma aumentano ancora di più gli utili per le compagnie assicurative. Possibile che qualcuno dei sostenitori di questo magnifico sistema non abbia qualche ripensamento?
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La Cassazione non ha dato ascolto al nostro accorato appello per salvare la DC di Pizza.
Il simbolo dello scudo crociato utilizzato dalla DC di Pizza si poteva confondere con quello dell’UDC, e la Cassazione ha privilegiato quest’ultima, dando così più importanza alla realtà sostanziale che ai dati formali invocati dalla DC di Pizza, forte di un sentenza che la indica (tra tanti pretendenti) come l’unica legittima Democrazia Cristiana.
La decisione sorprende proprio perché il nostro è il paese del Tarrismo, ossia di quel formalismo esasperante che spesso ha provocato disastri in ossequio ad un’interpretazione fin troppo letterale delle leggi, abitudine tanto più illogica in una situazione di iperproduzione legislativa.
Peccato per un partito dal nome così gustoso. Ma c’è una speranza.
In un comunicato ufficiale la DC di Pizza ha comunicato di aver fatto appello agli osservatori dell’OSCE che devono vigilare sulla regolarità delle elezioni italiane. Beh, certo, sarebbero elezioni democratiche senza la DC di Pizza?
Di sicuro, non sarebbero elezioni italiane.
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La notizia è di quelle che rincuorano. La segreteria politica della Democrazia Cristiana di Pizza ha deciso di ricorrere all’Ufficio Elettorale presso la Corte di Cassazione, contro il provvedimento del Ministero degli Interni che ha respinto il simbolo del partito, per la confondibilità con quello dell’UDC.
In effetti, le decisioni assunte dai funzionari ministeriali non erano del tutto convincenti;, e non solo per quanto riguarda la DC di Pizza. In un altro caso, hanno escluso il simbolo dell’Unione Democratica dei Consumatori perché si confonderebbe con quello dell’Unione, che però non è un simbolo “usato tradizionalmente da altri partiti”, come recita il D.P.R. 361/1957, per il semplice motivo che l’Unione non è un partito, e non si è presentata a queste elezioni.
Se i dirigenti dell’UDpC hanno accettato di modificare il loro simbolo, non così la DC di Pizza, forte di una sentenza del Tribunale di Roma che l’ha riconosciuta l’unica legittima Democrazia Cristiana.
Speriamo che il ricorso venga accolto. Perché privarci della DC di Pizza? Solo sentire questa definizione fa già venire l’acquolina, e d’altronde si potrebbe aprire una strada molto interessante. Chi non vorrebbe un PCI di Pan Pepato, un PSI di Focaccia, o ad una SVP di Krapfen?
E poi, qual è il problema,? In Pakistan ci sono 3-4 partiti che si chiamano tutti Lega Musulmana (distinti solo per l’iniziale del fondatore: M, Q, etc.) e nessuno si arrabbia…
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